venerdì 17 ottobre 2014

Depressione post-partum (o baby blues)

Ancora oggi c'è chi "non riconosce il disturbo"; c'è ancora chi non ne comprende la pericolosità e chi, peggio ancora, fa paragoni col passato sostenendo che la depressione è un fenomeno attribuibile alle "debolezze" delle mamme moderne (...niente di più sbagliato, infondato e sminuente).
La donna moderna è certamente una donna sotto pressione, la società le chiede di rivestire un ruolo complesso con un ampio carico di aspettative; per di più la mamma di oggi è spesso sola, la maglia di supporto familiare, (concreto e materiale) che in passato si stringeva intorno alla donna,oggi non c'è più! Sempre più raramente le nonne si mettono a completa disposizione delle mamme!
La depressione si sviluppa partendo dal senso di inadeguatezza che porta la donna a provare difficoltà nell'interazione col bebè e nella gestione del bambino.
Non è banale dire che il baby blues dipende dalla stanchezza, dallo sconvolgimento, fisico, ormonale e dallo stravolgimento che il bebè porta nella vita di tutti i giorni. Non è banale dire che il confine tra lo scompenso emotivo e fisico e la patologia è tanto lieve quanto "pericoloso".
Riconoscere la depressione significa vincerla; distinguerla e denunciarla senza averne paura è il primo passo per superarla.

martedì 22 luglio 2014

Perfezionismo sano o patologico?

Si parla di perfezionismo, quando si esige da se stessi o dagli altri una prestazione di qualità superiore rispetto alla norma. Questa richiesta è accompagnata da una continua critica e svalutazione del comportamento.
Il perfezionista è tendenzialmente una persona metodica e puntigliosa nel suo lavoro, attento ai dettagli, scrupoloso nell’osservare le regole. Molte delle sue energie sono utilizzate per superare la media delle prestazioni. Nonostante il suo sforzo di superare continuamente gli altri lo renda orgoglioso, non si sente mai pienamente soddisfatto.
Normalmente pretendere da se stessi una certa perfezione, ci aiuta a crescere e ad ottenere migliori risultati nelle attività alle quali ci dedichiamo. Ma il confine tra una sana voglia di raggiungere la perfezione e una perfezione patologica è piuttosto labile.
Il perfezionista patologico è una persona che:
1. Richiede a se stesso elevati livelli di prestazione (spesso irrealistici) 
2. Pone estrema attenzione agli errori. Questi vengono considerati come indicatori del proprio fallimento e della       presunta perdita di stima da parte degli altri
3. Insoddisfatta dei propri risultati
4. Autocritica e con bassa autostima
5. Tende a controllare le proprie emozioni
Spesso la persona perfezionista si rende conto che si sta dando da fare oltre il necessario, ma è convinto che per lui i parametri di giudizio in un contesto di normalità non possano essere applicati.
È bene tenere a mente che cercare di eccellere in una prestazione o nel raggiungimento di un obiettivo, non significa per forza essere dei perfezionisti a livello patologico.
Uno degli elementi che contraddistingue e caratterizza gli sforzi dei veri “Maestri” nel loro campo e gli sforzi del perfezionista è il livello di soddisfazione. 
Per i “Maestri” in un particolare settore, le fatiche nel raggiungere l’eccellenza procurano loro una profonda soddisfazione e sono felici dei risultati raggiunti. Provano gioia, ammirano l’opera della loro maestria. Questo atteggiamento rafforza la loro autostima.
Lo sforzo del perfezionista è invece accompagnato da un pensiero fisso: “Non sono bravo abbastanza, devo fare di più e meglio”. 
Questo modo di pensare lo porta ad una costante insoddisfazione e rappresenta una continua minaccia alla sua autostima.
Il perfezionista è molto severo con se stesso, e vive in uno stato di tensione, soprattutto nell’ambiente lavorativo.
È poco interessato alla competizione, perché deve sempre superare se stesso nel tentativo di conquistare quell’approvazione che si concede raramente. 
Nel rapporto di coppia, il perfezionista è incapace di provare soddisfazione in un normale rapporto interpersonale. E’ convinto di dover dare più importanza alle prestazioni che ai sentimenti. 
Il rapporto sessuale è una pura prestazione fisica senza nessun coinvolgimento emotivo o scambio di sentimenti. E così ogni prestazione mediocre, per il perfezionista, viene vissuta come un grave colpo. Inoltre, se la partner non risponde alla perfezione lo considera un suo fallimento come uomo.
Anche la donna perfezionista è sempre alla ricerca del risultato; se fallisce nella sua performance si sente terribilmente in colpa. Le conseguenze sono ansia, depressione e la sensazione di non valere nulla. 
Per i perfezionisti è molto difficile trovare il partner giusto. Vogliono il compagno/a perfetto. 
Il matrimonio viene vissuto come un nuovo progetto da realizzare. Una volta sposati sono incapaci di provare gioia e soddisfazione. Generalmente continuano con i loro vecchi atteggiamenti da perfezionista. 
Il perfezionista sente costantemente di aver fallito, nonostante il suo successo manifesto, deve continuare a lottare per sfuggire a quella terribile sensazione che avrebbe potuto fare meglio.
Questo tipo di auto-imposizione del dover fare sempre meglio, lo si può far risalire alle costanti pretese che i genitori hanno avuto nei suoi confronti fin da quando era bambino. Questo si concretizzava nelle altissime aspettative dei genitori. Il comportamento e lo sviluppo del bambino dovevano essere più maturi e in anticipo rispetto al livello medio del comportamento e dello sviluppo degli altri bambini suoi coetanei.
Il genitore perfezionista mantiene il figlio sotto tensione, in ansia per quello che può fare. Non incentiva l’impegno, quanto il raggiungimento di un risultato e la possibilità di poter fare di più. Questo atteggiamento riduce al minimo la capacità del figlio di avere fiducia in se stesso, nonostante i traguardi che riuscirà ad ottenere. 
La persona esageratamente perfezionista dovrebbe come prima cosa imparare a criticarsi e a svalutarsi sempre meno in modo da diminuire quella tensione continua nel dover raggiungere a tutti i costi una perfezione irrealizzabile.

Se ti senti in difficoltà, non avere paura di chiedere aiuto. Non c'è nessuna vergogna nel farlo, l'unica vergogna è sprecare la propria vita...

giovedì 5 giugno 2014

Il dolore di una vita non nata: l'aborto.

Per una donna che desidera essere madre interrompere la gravidanza a causa di un aborto spontaneo è un momento estremamente doloroso da attraversare. Fin dal concepimento infatti si instaura un legame emotivo tra la madre e il feto e, anche se molto precoce, la sua perdita corrisponde ad un vero e proprio lutto di cui spesso si sottovaluta la portata.

Subire un aborto spontaneo è un evento traumatico per molte donne. In realtà non viene data molta attenzione a questa tematica da parte dei servizi sanitari e ospedalieri; molto si fa in termini di assistenza e di informazione, quando una gravidanza viene portata avanti o quando, al contrario, si hanno problemi di infertilità, ma il trauma e il dolore di una vita che non nasce viene troppo spesso liquidato come un semplice “incidente di percorso” risolto in un giorno di degenza in ospedale, accanto ad altre donne che invece partoriscono felicemente i loro bambini.
Fin dall’inizio della gravidanza, una madre instaura un legame affettivo con il feto, proiettando su di lui, fantasie, desideri e aspettative. È quello che Silvia Vegetti Finzi definisce il “bambino della notte”, quello fantasmatico, in associazione al “bambino del giorno” che è la figura reale con cui si verrà in contatto al termine della gestazione. È comprensibile e naturale, quindi, che incorrere in un aborto spontaneo, anche se alle prime settimane di gravidanza, costituisca una perdita che equivale ad un vero e proprio lutto che, in quanto tale, ha bisogno del suo tempo per venir elaborato.
Molto spesso accade che la donna reagisca con chiusura e distacco emotivo al dolore della perdita, convinta di non poter essere compresa fino in fondo da chi non ha vissuto tale esperienza sulla propria pelle e intenzionata magari a non “far pesare” i propri vissuti penosi sul partner. Questo in realtà rischia di far diventare l’aborto spontaneo un evento che crea una distanza emotiva (e spesso una mancata sintonia anche sul piano sessuale) che allontana i partner invece di spingerli a sostenersi a vicenda.
È normale, dopo un aborto spontaneo, avere vissuti depressivi, sentirsi svuotate e, spesso, anche invidiose e irritate alla vista di altre donne col pancione. Solo accettando questo dolore e la necessità di una sua elaborazione sarà possibile non cronicizzare una reazione depressiva e tirar fuori tutta la grinta e la determinazione per andare avanti e tentare magari nuovamente la via della maternità. Ad ogni modo, in un percorso delicato come questo, un sostegno psicologico può rivelarsi un aiuto importante. Pur non potendosi prendere cura di un proprio bambino è necessario, dopo un evento traumatico come quello di un aborto spontaneo, prendersi cura del proprio dolore senza sottovalutarlo o pensare di poterlo semplicemente mettere da parte.