martedì 17 febbraio 2015

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie caratterizzate da un’ alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. I comportamenti tipici di una persona che soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare sono: digiuno, restrizione dell’alimentazione, crisi bulimiche (l’ingestione una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo, ovvero non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia), vomito autoindotto, assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento ponderale, intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso. Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare. Come si vedrà più avanti ci sono infatti dei criteri ben precisi che definiscono cosa si intende per “disturbo del comportamento alimentare”.
I principali Disturbi del Comportamento Alimentare sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa; altri disturbi sono il Disturbo da Alimentazione Incontrollata) (o Binge Eating Disorder; BED), caratterizzato dalla presenza di crisi bulimiche senza il ricorso a comportamenti di compenso e/o di eliminazione per il controllo del peso e i Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati (NAS), categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che, pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.
Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita di una persona; sembra che tutto ruoti attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili se non impossibili e motivo di forte ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici o partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro terminare un compito diventa difficilissimo perché sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “debba” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere un’abbuffata.
Solo una piccola percentuale di persone che soffre di un disturbo alimentare chiede aiuto. Nell’Anoressia Nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, l’iniziale perdita di peso può portare la persona a sentirsi meglio, a ricevere complimenti, a vedersi più magra, più bella e a sentirsi più sicura di sé. In genere sono i familiari che, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va, tuttavia spesso, quando chiedono spiegazioni, si possono trovare nella difficile situazione di essere insultati o liquidati con frasi del tipo “non ho nessun problema …sto benissimo!”.
Anche chi soffre di Bulimia Nervosa nella maggior parte dei casi si rivolge ad un terapeuta solo molti anni dopo che il disturbo è cominciato. Spesso, come nell’Anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia non solo, il forte senso di vergogna e di colpa possono “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.
Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione della propria immagine corporea che può giungere a configurarsi in un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto, ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della propria immagine reale.
Spesso chi soffre di Anoressia, ad esempio, sembra che non riesca a guardarsi in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il peso normale è in genere considerato un peso abnorme e viene vissuto con forte disagio e vergogna. In entrambe i casi la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo. Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

venerdì 17 ottobre 2014

Depressione post-partum (o baby blues)

Ancora oggi c'è chi "non riconosce il disturbo"; c'è ancora chi non ne comprende la pericolosità e chi, peggio ancora, fa paragoni col passato sostenendo che la depressione è un fenomeno attribuibile alle "debolezze" delle mamme moderne (...niente di più sbagliato, infondato e sminuente).
La donna moderna è certamente una donna sotto pressione, la società le chiede di rivestire un ruolo complesso con un ampio carico di aspettative; per di più la mamma di oggi è spesso sola, la maglia di supporto familiare, (concreto e materiale) che in passato si stringeva intorno alla donna,oggi non c'è più! Sempre più raramente le nonne si mettono a completa disposizione delle mamme!
La depressione si sviluppa partendo dal senso di inadeguatezza che porta la donna a provare difficoltà nell'interazione col bebè e nella gestione del bambino.
Non è banale dire che il baby blues dipende dalla stanchezza, dallo sconvolgimento, fisico, ormonale e dallo stravolgimento che il bebè porta nella vita di tutti i giorni. Non è banale dire che il confine tra lo scompenso emotivo e fisico e la patologia è tanto lieve quanto "pericoloso".
Riconoscere la depressione significa vincerla; distinguerla e denunciarla senza averne paura è il primo passo per superarla.

martedì 22 luglio 2014

Perfezionismo sano o patologico?

Si parla di perfezionismo, quando si esige da se stessi o dagli altri una prestazione di qualità superiore rispetto alla norma. Questa richiesta è accompagnata da una continua critica e svalutazione del comportamento.
Il perfezionista è tendenzialmente una persona metodica e puntigliosa nel suo lavoro, attento ai dettagli, scrupoloso nell’osservare le regole. Molte delle sue energie sono utilizzate per superare la media delle prestazioni. Nonostante il suo sforzo di superare continuamente gli altri lo renda orgoglioso, non si sente mai pienamente soddisfatto.
Normalmente pretendere da se stessi una certa perfezione, ci aiuta a crescere e ad ottenere migliori risultati nelle attività alle quali ci dedichiamo. Ma il confine tra una sana voglia di raggiungere la perfezione e una perfezione patologica è piuttosto labile.
Il perfezionista patologico è una persona che:
1. Richiede a se stesso elevati livelli di prestazione (spesso irrealistici) 
2. Pone estrema attenzione agli errori. Questi vengono considerati come indicatori del proprio fallimento e della       presunta perdita di stima da parte degli altri
3. Insoddisfatta dei propri risultati
4. Autocritica e con bassa autostima
5. Tende a controllare le proprie emozioni
Spesso la persona perfezionista si rende conto che si sta dando da fare oltre il necessario, ma è convinto che per lui i parametri di giudizio in un contesto di normalità non possano essere applicati.
È bene tenere a mente che cercare di eccellere in una prestazione o nel raggiungimento di un obiettivo, non significa per forza essere dei perfezionisti a livello patologico.
Uno degli elementi che contraddistingue e caratterizza gli sforzi dei veri “Maestri” nel loro campo e gli sforzi del perfezionista è il livello di soddisfazione. 
Per i “Maestri” in un particolare settore, le fatiche nel raggiungere l’eccellenza procurano loro una profonda soddisfazione e sono felici dei risultati raggiunti. Provano gioia, ammirano l’opera della loro maestria. Questo atteggiamento rafforza la loro autostima.
Lo sforzo del perfezionista è invece accompagnato da un pensiero fisso: “Non sono bravo abbastanza, devo fare di più e meglio”. 
Questo modo di pensare lo porta ad una costante insoddisfazione e rappresenta una continua minaccia alla sua autostima.
Il perfezionista è molto severo con se stesso, e vive in uno stato di tensione, soprattutto nell’ambiente lavorativo.
È poco interessato alla competizione, perché deve sempre superare se stesso nel tentativo di conquistare quell’approvazione che si concede raramente. 
Nel rapporto di coppia, il perfezionista è incapace di provare soddisfazione in un normale rapporto interpersonale. E’ convinto di dover dare più importanza alle prestazioni che ai sentimenti. 
Il rapporto sessuale è una pura prestazione fisica senza nessun coinvolgimento emotivo o scambio di sentimenti. E così ogni prestazione mediocre, per il perfezionista, viene vissuta come un grave colpo. Inoltre, se la partner non risponde alla perfezione lo considera un suo fallimento come uomo.
Anche la donna perfezionista è sempre alla ricerca del risultato; se fallisce nella sua performance si sente terribilmente in colpa. Le conseguenze sono ansia, depressione e la sensazione di non valere nulla. 
Per i perfezionisti è molto difficile trovare il partner giusto. Vogliono il compagno/a perfetto. 
Il matrimonio viene vissuto come un nuovo progetto da realizzare. Una volta sposati sono incapaci di provare gioia e soddisfazione. Generalmente continuano con i loro vecchi atteggiamenti da perfezionista. 
Il perfezionista sente costantemente di aver fallito, nonostante il suo successo manifesto, deve continuare a lottare per sfuggire a quella terribile sensazione che avrebbe potuto fare meglio.
Questo tipo di auto-imposizione del dover fare sempre meglio, lo si può far risalire alle costanti pretese che i genitori hanno avuto nei suoi confronti fin da quando era bambino. Questo si concretizzava nelle altissime aspettative dei genitori. Il comportamento e lo sviluppo del bambino dovevano essere più maturi e in anticipo rispetto al livello medio del comportamento e dello sviluppo degli altri bambini suoi coetanei.
Il genitore perfezionista mantiene il figlio sotto tensione, in ansia per quello che può fare. Non incentiva l’impegno, quanto il raggiungimento di un risultato e la possibilità di poter fare di più. Questo atteggiamento riduce al minimo la capacità del figlio di avere fiducia in se stesso, nonostante i traguardi che riuscirà ad ottenere. 
La persona esageratamente perfezionista dovrebbe come prima cosa imparare a criticarsi e a svalutarsi sempre meno in modo da diminuire quella tensione continua nel dover raggiungere a tutti i costi una perfezione irrealizzabile.

Se ti senti in difficoltà, non avere paura di chiedere aiuto. Non c'è nessuna vergogna nel farlo, l'unica vergogna è sprecare la propria vita...

giovedì 5 giugno 2014

Il dolore di una vita non nata: l'aborto.

Per una donna che desidera essere madre interrompere la gravidanza a causa di un aborto spontaneo è un momento estremamente doloroso da attraversare. Fin dal concepimento infatti si instaura un legame emotivo tra la madre e il feto e, anche se molto precoce, la sua perdita corrisponde ad un vero e proprio lutto di cui spesso si sottovaluta la portata.

Subire un aborto spontaneo è un evento traumatico per molte donne. In realtà non viene data molta attenzione a questa tematica da parte dei servizi sanitari e ospedalieri; molto si fa in termini di assistenza e di informazione, quando una gravidanza viene portata avanti o quando, al contrario, si hanno problemi di infertilità, ma il trauma e il dolore di una vita che non nasce viene troppo spesso liquidato come un semplice “incidente di percorso” risolto in un giorno di degenza in ospedale, accanto ad altre donne che invece partoriscono felicemente i loro bambini.
Fin dall’inizio della gravidanza, una madre instaura un legame affettivo con il feto, proiettando su di lui, fantasie, desideri e aspettative. È quello che Silvia Vegetti Finzi definisce il “bambino della notte”, quello fantasmatico, in associazione al “bambino del giorno” che è la figura reale con cui si verrà in contatto al termine della gestazione. È comprensibile e naturale, quindi, che incorrere in un aborto spontaneo, anche se alle prime settimane di gravidanza, costituisca una perdita che equivale ad un vero e proprio lutto che, in quanto tale, ha bisogno del suo tempo per venir elaborato.
Molto spesso accade che la donna reagisca con chiusura e distacco emotivo al dolore della perdita, convinta di non poter essere compresa fino in fondo da chi non ha vissuto tale esperienza sulla propria pelle e intenzionata magari a non “far pesare” i propri vissuti penosi sul partner. Questo in realtà rischia di far diventare l’aborto spontaneo un evento che crea una distanza emotiva (e spesso una mancata sintonia anche sul piano sessuale) che allontana i partner invece di spingerli a sostenersi a vicenda.
È normale, dopo un aborto spontaneo, avere vissuti depressivi, sentirsi svuotate e, spesso, anche invidiose e irritate alla vista di altre donne col pancione. Solo accettando questo dolore e la necessità di una sua elaborazione sarà possibile non cronicizzare una reazione depressiva e tirar fuori tutta la grinta e la determinazione per andare avanti e tentare magari nuovamente la via della maternità. Ad ogni modo, in un percorso delicato come questo, un sostegno psicologico può rivelarsi un aiuto importante. Pur non potendosi prendere cura di un proprio bambino è necessario, dopo un evento traumatico come quello di un aborto spontaneo, prendersi cura del proprio dolore senza sottovalutarlo o pensare di poterlo semplicemente mettere da parte.

venerdì 4 ottobre 2013

Cosa sono i disturbi di personalità

Per personalità si intende l'insieme delle caratteristiche e dei modi con cui la persona interagisce con gli altri, affronta le cose, pensa e vede il mondo e ciò che accade attorno a se'. Ogni persona ha particolari caratteristiche (tratti di personalità), e questi tratti si adattano flessibilmente alle diverse situazioni modellandosi nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni, a seconda delle circostanze. La persona con disturbi di personalità invece, presenta alcuni tratti in modo particolarmente accentuato e rigido anche quando le situazioni o le circostanze richiederebbero atteggiamenti diversi o più opportuni. Coloro che presentano questi disturbi, non si rendono conto di quanto e' particolare il loro modo di essere, e mentre gli altri li possono vedere e categorizzare come "strani", "paranoici", "esaltati", a seconda del disturbo, essi si vedono perfettamente normali, perche' per loro quello e' il normale modo di agire. Molte persone possono essere definite "particolari" per il loro carattere, a volte magari esuberante ed eccentrico oppure puntiglioso, o aggressivo, ma viene definito disturbo di personalità solo se quando e' persistente e crea vere difficoltà sia per la persona stessa che per chi la circonda.